Tuesday, September 01, 2015

Ancora dramma Macedonia. Prima fu la fuga dal Kosovo


Sono almeno 8mila i profughi accolti dal centro di accoglienza a Presevo, nel sud della Serbia. I profughi, dal Medio oriente, sono entrati in Serbia dalla Macedonia che ha aperto la frontiera con la Grecia dopo l’arrivo in massa dei migranti. Un gran numero di rifugiati continua ad arrivare dalla Macedonia. Ai profughi vengono forniti cibo e acqua in attesa di essere trasferiti sugli autobus messi a disposizione da Unhcr che li trasporta a Belgrado. Dopo, rebus Ungheria, o Croazia e Slovenia verso l’Austria, o la stessa Italia, e tutte le possibili rotte verso il nord Europa.
Durante la guerra in Kosovo nel 1999, durante i bombardamenti degli aerei della Nato sul Kosovo e sulla Serbia, durante i rastrellamenti del soldati e dei paramilitari serbi in Kosovo ci siamo ritrovati, per la stessa azienda, su sponde diverse. Remondino a Belgrado, io a Blace, confine tra Macedonia e Kosovo. Oggi, ho rivisto nelle foto dei colleghi fotografi della Reuters, dell’Ap e della France Presse il medesimo urlo disperato di chi, proveniente dal Kosovo, chiedeva di varcare il confine con la Macedonia per trovare una terra dove riposare, lontano dai bombardamenti aerei e dai rastrellamenti dei miliziani. Quegli stessi miliziani serbi che indicavano, cinicamente, ai kosovari albanesi una via d’uscita e di salvezza: erano i treni che conducevano dalla città di Pristina fino al confine macedone, a Blace.
La gente saliva, anzi prendeva d’assalto quei treni come se fosse la risposta ed insieme l’ultima speranza davanti a quella situazione. Arrivati, scendevano dai treni e noi giornalisti li vedevamo nella grande radura al di là del confine. Arrivavano senza nulla, non una valigia, non uno zaino, molti senza scarpe. Pochi mesi dopo, appena finita la guerra, raggiungemmo Pristina e la stazione ferroviaria e le scarpe e le pantofole kosovare erano ancora lì, migliaia di scarpe cadute dai piedi dei bambini, delle donne e degli uomini che entravano in quei treni per Blace passando non dalle porte ma dai finestrini per conquistare un posto al loro interno.
A Blace quella radura sul confine pian piano perse i suoi colori, ricoperta dai corpi di centinaia, poi migliaia poi decine di migliaia di profughi. Davanti a loro altri poliziotti macedoni che li bloccavano sul confine per impedire che quella massa di profughi, per di più kosovari albanesi, invadesse il piccolo stato macedone, figlio della disgregazione della Jugoslavia. Per giorni, per settimane, i profughi rimasero ammassati lì, i vivi insieme ai morti che soccombevano e venivano lì seppelliti. Tutti poi si dividevano, anzi si strappavano l’un l’altro i pezzi dei filoni di pane che venivano lanciati su di loro dai volontari della croce rossa macedone. Insieme all’acqua, preziosa come la vita. Ho rivisto nelle foto di oggi lo stesso strazio di allora, lo stesso amore dei padri e delle madri per i propri figli, la stessa dignità degli anziani, la stessa carità dei volontari macedoni, la stessa violenza ma anche la stessa pietà dei poliziotti macedoni.
In quelle settimane della primavera del 1999, sotto un’acqua incessante, si stava consumando una tragedia non dissimile da quella di oggi. Un dramma che noi giornalisti, ma soprattutto i fotografi e gli operatori avevano nei loro occhi. Ricordo la dolcezza con la quale la foto di un matrimonio di due giovani kosovari fu raccolta da terra (in quel tratto dove ai giornalisti era consentito avvicinarsi), fu pulita dal fango e poi ripresa dalla telecamera di Franco Stampacchia.
Il fatto terribile e straordinario era la lontananza dei politici occidentali, europei ed americani, dal dramma che si stava consumando a Blace. Nel contempo era straordinaria la comunanza di giudizio dei giornalisti presenti: l’occidente non poteva, non doveva dimenticare le migliaia di profughi di Blace. Le corrispondenze divennero un coro martellante perché il governo macedone aprisse i suoi confini ed i governi occidentali dessero l’aiuto necessario ad accoglierli. Dalla Bbc, alla Cnn, alla Zdf, fino alla Rai tutti facemmo il nostro compito di cronisti, ma anche di richiamo alle responsabilità da assumere davanti a quell’apocalisse umana. I nostri toni con il trascorrere dei giorni divennero più aspri: mi dissero che i governanti macedoni non gradivano affatto le mie corrispondenze, ma sono certo di essere stato in folta compagnia.
Poi, improvvisamente, arrivò il cambiamento: i paesi della Nato si assumevano l’onere di assistere i profughi kosovari ed in cambio il governo macedone concedeva l’apertura dei suoi confini. In pochi giorni furono costruite enormi tendopoli. Arrivarono anche i nostri genieri militari in Macedonia. Dopo la sosta in quelle tendopoli, cominciarono i trasferimenti in Europa. L’ex base di Comiso fu uno dei punti di approdo. In una di quelle tendopoli militari sul confine di Blace, ritrovai viva con il suo fidanzato, la stringer kosovara albanese di Pristina, Ilire Zajmi, che tu da buon Corrispondente Rai con sede a Belgrado, terra serba, avevi assunta per sentire “l’altra campana”. Mi pregasti di aiutarla ed io la tirai fuori dal quel campo e la portai in Italia. Poi la guerra finì e non ci fu l’invasione dell’Europa da parte dei profughi kosovari albanesi. In pochi mesi la stragrande maggioranza tornò alle proprie case.
Il racconto è stato lungo, ma credo aiuti a far capire che ci siamo trovati, solo pochi anni fa, in una situazione drammatica, che ha imposto scelte ugualmente eccezionali. Oggi, le immagini che giungono dalla Macedonia rendono più chiaro che ci troviamo in una situazione simile. In Macedonia, oggi, la maggioranza dei profughi viene dalla Siria. La guerra lì continua. I campi profughi in Giordania sono pieni ogni oltre misura. I profughi vanno aiutati e la guerra va fermata. Non ci sono alternative. Su tutto il resto, cioè sulla politica verso l’immigrazione, si può e si deve discutere, ma la guerra in Siria è un macigno che l’Europa non può aggirare. Il dramma dei profughi siriani non si risolve certo arrestando quattro scafisti.

Filippo Landi da Remocontro.it

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